martedì 29 dicembre 2009

UN VALZER DI FERRAGOSTO PER UN UOMO SERIO


Dalla nascita di Andrea è diventato veramente difficile andare al cinema. A volte lo è anche guardare dei film a casa. Ho approfittato di queste festività per vedere qualche arretrato. Ultimamente preferisco le opere prime italiane, anche per capirne il livello e le intenzioni. E in questo senso ho visto due opere prime veramente anomale. In tutti i sensi. 'Il pranzo di ferragosto' e 'Valzer'. Entrambi sono opere prime di over 50, entrambi sono fatti con due lire, entrambi sono figli di produttori coraggiosi, entrambi, a loro modo, sono riusciti. Del primo si è detto tutto credo. Il tema è chiaro, le intenzioni anche. Gianni Di Gregorio, 'giovane' cineasta in quota Matteo Garrone, prova (parole sue) a fare un film scritto ormai da molti anni. Assolutamente autobiografico, apparentemente folle dal punto di vista distributivo, ma tenero e sorprendentemente neo-realista. Con tutto il rispetto, non credo che se ne sentisse la mancanza di questo genere, il cinema italiano avrebbe bisogno i nuovi linguaggi piuttosto che di antiquariato spolverato, ma il film è lodevole, piacevole e divertente.  Mi sarei aspettato, dopo averne tanto sentito parlare, qualche strizzata di stomaco in più... invece le emozioni non sono state molte, nel bene e nel male. Purtroppo credo che questa mancanza sia dovuta all'assenza di una sceneggiatura. O meglio, parole del regista, la sceneggiatura c'era all'inizio ma durante la realizzazione è stata abbandonata per un più elastico canovaccio sul quale le attrici e gli attori hanno più o meno improvvisato. Rimane comunque un'opera di artigianato cinematografico come da anni non se ne vedevano, fatta per passione e non per soldi. Rimane, in questo senso, un vero mistero l'interesse di Rai Cinema per questo film... o forse no... che ormai Garrone trasformi in oro tutto ciò che tocca? (a parte il suo Gomorra - tiè, via il sassolino).
'Valzer' di Salvatore Maira è tutt'altro film. Mentre il primo gioca solo coi contenuti (la regia è quasi inesistente) questo fa della regia il suo punto cardine. 'Valzer' è un piano sequenza unico (cioè senza tagli) di 90 minuti - wow - e si svolge tutto all'interno di un hotel di Torino. La trama è un po' confusa e, come nel precedente, le emozioni non la fanno certo da padrona, ma i temi trattati e lo sforzo produttivo sono quanto mai interessanti. Bellissima l'idea dei flashback sul piano sequenza, bello il primo ingresso e sorprendente il ritorno al presente. La sceneggiatura, più da piece teatrale che da cinema vero e proprio, è consapevole, gli attori sono diretti bene ma, a causa dell'unicità dell'opera - un impianto a livello registico così complicato non permette la stessa attenzione che in un film classico nei confronti degli attori - a volte si perdono per strada. Valeria Solarino - che non conoscevo - è, oltre che bellissima, molto brava, e regge da sola tutto l'impianto drammatico. Rimangono dei dubbi su alcune scelte rispetto alla trama, non si capisce perchè della messa al fuoco di alcuni contenuti - fuorvianti - che smontano l'empatia nei confronti di un padre malandato che cerca la figlia scomparsa e che nulla aggiungono al mondo che viene raccontato nel film cioè il potere mass-mediatico, la frivolezza dei nostri tempi, la ricerca delle scorciatoie per il successo ecc... In ogni caso, nell'arido mondo cinematografico italiano, 'Valzer' è un dissetante tentativo di uscire dagli schemi. Ovviamente nessuno l'ha visto al cinema, nessuno ne ha sentito parlare, pur avendo raccolto diversi premi a festival importanti in giro per il mondo... uno di questi in particolare mi ha incuriosito... Italia FilmFest -  Miglior Montaggio! Bizzarro per un film privo di tagli...
Ed infine il terzo film che ho visto il questi giorni. Nè italiano, nè opera prima: fratelli Coen, 'A serious man'. Roma, Cinema Lux, sala 6. Proiezione trapezoidale, poltrone da oratorio, cabina di proiezione non isolata acusticamente (immaginate il rumore del proiettore a 50 dB per tutto il film), mammamia, chiudetelo! I Coen continuano con lo spacciatore sbagliato e toppano l'ennesimo film che, al mondo intero viene venduto come il nuovo Fargo... AHAHAH, per l'amor di Dio... ma non scherziamo! Una storia senza capo ne coda, comprensibile - spero almeno per loro - da una piccola cerchia di ebrei americani che non emoziona, non fa pensare, non fa ridere, non fa piangere, non insegna qualcosa, non incuriosisce. A mio avviso, dopo 'Non è un paese per vecchi', credo sia il peggior film dei fabulous brothers, che a far gli intellettuali non ci prendono minimamente. Un passo indietro, per carità!

RECENSIONE CAMILLE by ZABRISKIE POINT


Avendo partecipato al concorso online di 242 Tv, ho ricevuto una bella recensione da parte della rivista cinematografica online Zabriskie Point. L'autore della recesione è Francesco De Nobili.


Incollo la recensione.

"Nelle parole di Piero Costantini il suo "Camille" non è un cortometraggio bensì un film breve. Fidatevi, non si tratta solo di semantica; la differenza c'è e si nota. La definizione di film breve è assolutamente calzante perché questo lavoro del lungometraggio (o film) ha tutto, fuorché la durata. E a guardarlo viene voglia di attendere il primo film lungo di Piero Costantini. In questo ottimo lavoro dalla chiara venatura horror, assistiamo ad una storia oscura e misteriosa,fatta di voci lontane, incubi e racconti macabri, ma anche di problemi irrisolti, di follia e di morte; quella morte che non sembra preoccupare il gatto Camille.
Una scena d'apertura che ricorda quella di "The Shining" al quale per la verità il regista, che è anche montatore e sceneggiatore di quest'opera, sembra dovere più di un'ispirazione...
La regia di Costantini è molto interessante per ritmo e movimenti. Ottime le prove di tutti gli attori, compreso il piccolo Jacopo Robortella. Una menzione di merito va al direttore della fotografia Blasco Giurato che, se da un lato non ha bisogno di presentazioni, va applaudito per aver contribuito alla riuscita del lavoro di un giovanissimo regista come Piero."



Link alla pagina originale:
http://www.zabriskiepoint.net/node/9569

sabato 5 dicembre 2009

LA TRILOGIA DEL MOVIMENTO

Pubblico solo ora, dopo ormai cinque anni, la "Trilogia del Movimento" completa, tre videoclip in uno (o uno in tre) degli Audiorama. Partite da un punto qualsiasi del video e tornateci andando a loop. E' una sorta di storia infinita... perdersi, ritrovarsi, perdersi ancora.
Buona visione!




AUDIORAMA - TRILOGIA DEL MOVIMENTO from Piero Costantini on Vimeo.

mercoledì 7 ottobre 2009

CAMILLE @ ENCOUNTERS SHORT FILM FESTIVAL - ONLINE AWARD





Camille è stato selezionato dall'Encounters Short Film Festival di Bristol (UK). Parteciperà a due sezioni:

International Panorama (nel mondo reale, con un cinema, una proiezione e del pubblico)


Online Award (via web)

Odio i festival online, li vincono sempre coloro che riescono a mettere insieme più amici via Facebook o Myspace... non certo gli artigiani più bravi! In ogni caso si può vedere per intero e votare direttamente da qui sulla pagina di Babelgum che è partner dell'edizione 2009 del festival inglese.

Encounters Short Film Festival si terrà a Bristol dal 17 al 21 novembre.






lunedì 14 settembre 2009

Cosmonauta - Recensione


Ieri pomeriggio sono andato a vedere Cosmonauta. Cinema Jolly, sala 2, Roma. Proiezione a fuoco ma trapezoidale, sedili annichilenti, schermo alle stelle.

Il film, ambientato a cavallo fra i '50 e i '60 racconta la storia di Luciana, giovane promessa di un circolo del Partito Comunista, che lancia l'idea di sfruttare la passione del fratello Arturo per i viaggi spaziali sovietici, come campagna pubblicitaria per le prossime elezioni politiche. La sua proposta piace ma viene attribuita ad un altro e lei decide che è giunta l'ora di rivendicare la posizione delle donne all'interno di tutto l'ordinamento comunista mondiale. Cosa che non viene apprezzata e la ragazza finisce isolata e tendenzialmente incazzata. Poi c'è un pizzico di storia d'amore, qualche momento di ilarità, e un terzo atto drammaticheggiante.
Che dire... dopo la pioggia di applausi ricevuti a Venezia mi aspettavo veramente un film con un po' di pancia in più. Ed invece diciamo che sono rimasto quasi deluso.
Il film parte molto bene, il primo atto è ben strutturato, i personaggi sono chiari e le tematiche originali. Tutto fila liscio, è piacevole e scorrevole. Poi succede qualcosa... Il film nel secondo atto, comincia a marcire (parola grossa, esagerata, ma per rendere l'idea). E marcisce, a mio avviso, assieme alla protagonista. Il personaggio di Luciana infatti, piano piano, si perde... ma non in maniera chiara, logica. Diventa proprio un altro! Non si capisce più. Da sognatrice diventa... stronza, piatta, abulica! Questo, al di là di tutto, fa perdere empatia nei suoi confronti e allontana lo spettatore dalla sue vicende che, lentamente, perdono di profondità e magia. Capisco che la protagonista sia un'adolescente in preda ad ormoni e solitudine ma ciò non giustifica un cambio così radicale di comportamento. Questo è un lampante difetto di sceneggiatura, ahimè. Ma, purtroppo, non è il solo... e su questo secondo punto sento puzza di taglio. Alla protagonista, ad un certo punto, dopo che la sua passione per il comunismo e l'Unione Sovietica è stata palesata, viene proposto di andare a Mosca con una delegazione di donne del partito italiano. Lei ovviamente è felicissima della proposta ma poi, mezz'ora dopo, quando ormai ci si era quasi dimenticati della cosa, il tutto si risolve in una scenetta molto banale in cui, dopo alcune peripezie di Luciana, una dirigente del partito (la regista -  ndr) le dice che qualcun'altra aveva preso il suo posto. Ecco... se a me, a quindici anni avessero regalato un sogno e poi qualcuno me l'avesse tolto all'improvviso, mi sarei come minimo scatenato e avrei spaccato tutto ma soprattutto avrei sofferto come un cane. Luciana non reagisce minimamente alla cosa se non in una scena molto fisica in cui entra di nascosto nella sede del partito con una spranga... ma 5 minuti dopo fa l'amore con un ragazzo proprio dentro la sede. Beh... veramente poca cosa di fronte ad un sogno distrutto. La regia, in tutto questo, non aiuta. Non entra mai 'dentro' alla protagonista, non la fa conoscere, i primi piani sono rari così come sono rari i movimenti di macchina. Non sono mai riuscito a conoscere i protagonisti. Tranne uno forse, quello scritto meglio, Arturo, aiutato da un bravissimo attore esordiente, Pietro Del Giudice, che riesce veramente ad emozionare.
Emozionare sì. Questa dovrebbe essere la chiave. E il film, nel momento in cui dovrebbe farlo, nel terzo atto, quando il dramma si palesa, non riesce ad essere drammatico fino in fondo, proprio perchè della protagonista si sono perse le tracce e, di conseguenza, l'empatia è sparita.
Tagli, tagli, sento una puzza nauseabonda di tagli.
6 sulla fiducia alla Nicchiarelli, il film non è sbagliato, per l'amor del cielo! Ma, sinceramente, non credo che si sia scoperto un nuovo talento. E il rumore generato a Venezia è, a mio avviso, ingiustificato. La macchina da presa non osa MAI, rimane sempre in disparte, racconta una storia quasi priva di linee verticali (riuscendo comunque a confondere) con molta asetticità e senza mai sfruttare a fondo il mezzo. Peccato!

lunedì 7 settembre 2009

Videocracy - recensione

Ieri sera sono andato a vedere Videocracy. Roma, cinema King, sala 2, proiezione fuori fuoco... come sempre. Sala piena, un sacco di gente mormorante. Grandi aspettative. Il documentario è un collage di materiale di repertorio e interviste. Il voice over del regista accompagna la narrazione.
I temi sono più che mai attuali: tette, culi e Silvio Berlusconi.
In realtà niente di particolarmente nuovo o sconvolgente per chi, come me, utilizza (anche) l'informazione  alternativa. Berlusconi e le televisioni. Berlusconi e i giornali. Le veline. I tronisti. Le troie. I puttanieri. Il mondo dello spettacolo italiano come modello a delinquere per intere generazioni di giovani senza strumenti culturali per difendersi. Spesso senza nemmeno prospettive. Ciò che ne esce è una società di 'wannabe', cioè di persone che vorrebbero essere, o meglio, apparire (in tv) per dimostrare di essere. L'assunto è che non esisti se non appari in tv. Ma questa, come detto, non è una verità, per quanto inquietante, particolarmente originale. 
Gandini utilizza alcuni testimonial per raccontare questa perversa pinacoteca degli orrori. Nel viaggio siamo accompagnati da gentaglia quale Lele Mora, reo confesso mussoliniano e Fabrizio Corona, padre di famiglia, ebbene sì. Memorabile il piano sequenza sul telefonino del primo che riproduce 'faccetta nera' con tanto di video con vessilli nazi-fascisti e che termina con il proprietario che chiede ingenuamente: "Carino, no?". Il grande paparazzo tuttofare invece appare più pornostar che mai, con tanto di scena di nudo con massaggio al regale pisello (per onor di cronaca tendente a destra), e dal pulpito della sua gretta ignoranza straparla come un messia strafatto di crack. 
Ma in questo mare di triste e grottesca realtà c'è qualcosa che mi ha molto colpito in questo documentario. Ed è il regista. Gandini dimostra una grande consapevolezza del mezzo. Sa narrare, sa far riflettere, sa far ridere e sa spaventare. Sì, spaventare. Perchè Videocracy è, a mio avviso, il primo documentario horror della storia del cinema. Il linguaggio utilizzato è molto originale e appartiene più al cinema che al mondo dei documentari. La regia è intrigante e puntuale, mi piace molto perchè si prende delle pause, dei momenti in cui il dramma raccontato è più che mai presente e visibile, quasi imbarazzante. Le musiche e il sound design, abbondanti ma non barocchi, contribuiscono alla tensione. Tensione vera. Ansia. 
Bravo Erik Gandini. Un bravo cineasta. L'unica mia perplessità generale è che questo finirà per essere l'ennesimo documentario 'inutile' ai fini della stessa causa che perpetra perchè, ormai, troppo si è detto e raccontato su Silvio Berlusconi. Al punto tale che la sua figura, così come quella degli altri personaggi del documentario, si ciba del letame che gli viene tirato addosso, come i maiali di orwelliana memoria. Più la critica è forte, più il rapporto con la massa teledipendente si salda. Più fa schifo e più piace. Come la pornografia estrema. Perchè c'è un po' di Silvio Berlusconi in tutti gli italiani. E a chi non piace il porno alzi la mano...

giovedì 30 luglio 2009

Attori e registi.


Regia. Cos'è la regia? A livello elementare è la gestione del tempo in funzione dello spazio: quando, dove e come far accadere un evento all'interno di una scena. Da sempre ho approcciato in maniera tecnica al mondo del cinema (e surrogati). La mia esperienza sul set ma soprattutto in post ha formato una coscienza tecnica che mi ha permesso di sviluppare un mio linguaggio narrativo (che esso piaccia o meno). Quindi ho aggiunto, alla gestione del tempo, un livello estetico decidendo che le mie storie sarebbero state raccontate in quella maniera. In linea di massima, per un regista di spot, videoclip e documentari, oltre alle idee, sono sufficienti questi due livelli. Una band può e deve recitare bene per essere credibile nei suoi videoclip ma alla fine, senza audio in presa diretta, e con tre minuti a disposizione è difficile far sublimare delle emozioni da un prodotto del genere. Se non a livello puramente estetico. Stesso discorso per lo spot anche se il linguaggio è differente e preconfezionato.
Le cose cambiano quando invece c'è una storia da raccontare. Le storie dovrebbero nascere tutte da un'esigenza narrativa irresistibile che preme sullo stomaco dell'autore e che porta a scrivere, innanzitutto, e poi a realizzare. Camille in questo senso mi ha dato una grossa visione d'insieme del lavoro del regista cinematografico. E ne parlo con tutta l'umiltà del mondo. Diciamo che dal punto di vista della sceneggiatura non ho scoperto cose nuove, scrivendo già da diversi anni non mi sono trovato di fronte a grosse novità. Certo, sicuramente non si finisce mai di imparare ma scrivere un corto dopo aver scritto lunghi per anni, non è certo un'esperienza illuminante (io odio i corti - tanto per capirsi ). Dal punto di vista della direzione tecnica formale ho messo in pratica tutto quello che ho imparato in dieci anni di carriera e sono molto contento dei risultato ottenuto, diciamo che lo spazio e il tempo sono stati gestiti in maniera corretta, non mi sono inventato nulla di nuovo per non strafare, ho solo messo in pratica i fondamentali. Ma girare Camille mi ha aperto gli occhi su una cosa. Che non c'è tecnica, non c'è fotografia, non c'è scenografia, location, musiche che tengano: il film è fatto solo dagli attori. E da come vengono diretti.
Dopo aver finito il lavoro mi sono reso conto che in alcuni punti le intenzioni degli attori non sono state quelle giuste. Sul set, in particolare in una scena fondamentale per lo sviluppo tensivo della storia, non sono stato in grado di trasmettere all'attrice quello che volevo. Lei magari era pensierosa, distratta. Ma è proprio in queste situazione che il 'manico' di un regista dovrebbe venire fuori, aiutando l'attore a ritrovare la concentrazione e, di conseguenza, il personaggio. Sì, il personaggio: ho capito che l'unica cosa sulla quale vale veramente la pena focalizzare è proprio questa. Non l'avevo capito. Ahimè.
Così, per farla breve, ho deciso che, per comprendere veramente cos'è un attore, cos'è un personaggio, sarebbe stato il caso di diventare io stesso un attore, un personaggio. Ho pensato che fosse di vitale importanza riuscire a capire cosa muove le emozioni all'interno di un essere umano attore. E così, grazie alle preziose ricerche di mia moglie, ho conosciuto Beatrice Bracco.
Beatrice è una delle più importanti acting coach che operano in Italia, forse in Europa. Di origine argentina ma da tanti anni nel nostro paese ha aperto una scuola ed ha formato attori dal talento eccezionale quali Kim Rossi Stuart o Claudio Santamaria tanto per citarne alcuni.
Ho frequentato, per ora, due seminari. Tre più cinque giorni. Sicuramente non ho imparato a recitare. Quello che ho capito invece è che ognuno, dentro di sé, ha tutto quel che serve per diventare un grande attore. Beatrice mi ha rivoltato come un calzino, e c'è un Piero prima, ed un Piero dopo. "Visitare un personaggio a tale profondità da conferirgli la vita". Questo è quello che fa Beatrice. E parte, innanzitutto, dalla conoscenza di se stessi. Io mi sono sempre ritenuto un uomo di scienza. Uno razionale e pragmatico. Miscredente e senza dio. Eppure, ho vissuto delle esperienze, sensoriali e mentali, al di là di quello che io potessi solo immaginare. Ed ho fatto solo pochi passi di un processo lungo e difficile. Ho vissuto momenti di estrema libertà, indimenticabili. In mezzo a sconosciuti mi sono liberato. Ed ho pianto. Dopo vent'anni e più che non versavo nemmeno una lacrima. Chiamalo Stanislavskij, chiamalo Strasberg... fattostà che è stato talmente lampante il fatto di aver scoperto e cominciato a conoscere un mondo nuovo, che ho deciso che questo mio percorso di formazione non potesse che continuare. Vorrei riuscire ad assumere una sicurezza tale che mi porti ad interfacciarmi con gli attori in maniera conscia e libera. Conoscendo loro, conoscendo cosa muove il loro intimo, posso capire come far sviluppare i loro personaggi. Che è tutto. Da ora in poi mi concentrerò in maniera completamente diversa sul set. Il mio lavoro sarà per la quasi totalità sui personaggi. Un film si può fare con cento milioni di dollari o con mille. L'unica differenza la fanno i personaggi che gli attori portano davanti alla cinepresa. Il resto si può dire che sia quasi superfluo.

martedì 26 maggio 2009

Cannes e dintorni


Quest'anno sono stato per la prima volta al Festival di Cannes. Ho iscritto Camille allo Short Film Corner e sono partito.  Cannes è il festival più grande d'Europa, non tanto per il lato puramente cinematografico ma soprattutto per quanto riguarda gli affari. Qui infatti il lato fieristico è estremamente preponderante. Ogni Nazione, ogni film commission, ogni casa di produzione ha uno stand, come al Salone del mobile di Milano, e vende i suoi prodotti che, invece essere sedie e sgabelli, sono film, documentari e qualche cortometraggio. Il meccanismo è il seguente. Ogni filmmaker  che approda a Cannes, oltre a vivere di aperitivi sulla spiaggia sponsorizzati ogni giorno da qualche paese, è alla spasmodica ricerca di uno strano essere, dai tratti mitologici: il buyer. Colui che compra. Ho visto filmmaker io, che voi umani non potete nemmeno immaginare... Gente totalmente invasata alla ricerca di qualche compratore per il proprio cortometraggio. Prezzo di mercato fra i 500 e i 1500 euro. Sia per corti 'no budget' che per produzioni mainstream. Ridicolo, non trovate? Con quella cifra mi sarei giusto giusto ripagato la vacanza in terra di Francia... Per cui, parliamoci chiaro, per i corti non c'è nessun tipo di mercato che valga la pena essere sfruttato. I corti vanno fatti per mettersi alla prova e trovare contatti. A Cannes il mercato è ben altro. E lo si vede dalla rada di fronte all'obrobrioso palazzo del cinema. Una schiera di yacht milionari a perdita d'occhio, inaccessibili ai più e sui quali vengono prese le decisioni importanti. E imbandite le feste più esclusive. Io mi sono accontentato degli aperitivi in riva al mare che non richiedevano abito da sera e ai quali ho preso un po' di contatti con festival stranieri ai quali spedirò Camille. Peccato che mi ci sia voluto un po' per capire come funzionava il meccanismo. Ne faccio tesoro per le prossime edizioni alle quali arriverò più preparato. Ero abituato alla Mostra del Cinema di Venezia, che ho frequentato per otto edizioni consecutive, un festival totalmente incentrato sulla programmazione, dove la parte di mercato è rinchiusa in una saletta del Casinò. A Venezia si va per vedere i film, anche sei al giorno, a Cannes di film non ne ho visto nemmeno uno...

giovedì 16 aprile 2009

R.I.F.F. ovvero, Cinema Italiano Riposa in Pace


A dicembre 2008 ho iscritto il rough cut di Camille ad alcuni festival in giro per il mondo, soprattutto negli Stati Uniti sfruttando il network di Withoutabox. Poi, visto che abito a Roma, ho pensato di iscriverlo anche al R.I.F.F., festival che, per altro, conoscevo poco. Ho fatto un po' di ricerche in rete consultando i corti vincitori delle passate edizioni e constatando che Camille non avrebbe affatto sfigurato nella rassegna romana. Arrivano i giorni delle pubblicazioni dei corti selezionati e nessuno dell'organizzazione si premura di avvertire che... non sono stato selezionato. Vabbè... può capitare, del resto la versione sottoposta alla selezione era abbastanza lontana da quella definitiva e più di tanto non ci dò peso. Questo pomeriggio, però, mi capita di guardare su YouTube il corto vincitore (stra-vincitore) dell'edizione 2009. Si intitola "Nero apparente" e il regista è un 'ragazzo' di 46 anni che si chiama Giuseppe Pizzo, poliziotto di origini casertane ma trapiantato a Roma. L'intento del corto è nobile e quanto mai contemporaneo, niente da dire. Si vede che è fatto con un budget bassissimo e con amore. Ma, detto questo, mi sorge spontanea una domanda: un festival che si occupa di cinema può premiare un'opera che ha il solo valore di avere una buona idea centrale tralasciando completamente la parte riguardante il linguaggio cinematografico? Può un festival dimenticarsi che il cinema è un'arte complessa fatta di sceneggiatura, fotografia, recitazione ed emozione? No, non credo che il RIFF possa permettersi di snobbare elementi del genere. Penso invece che non sia più in grado di giudicare. Penso che chi ha fatto la selezione sia assuefatto da un codice visivo che non appartiene al mondo del Cinema ma ad un surrogato di Tv e Web. "Nero Apparente", con tutto il rispetto che ho per i filmmaker che cercano di mettersi in vista, dal punto di vista della grammatica cinematografica è veramente scadente. La sceneggiatura, sempre che ce ne fosse stata una, è slegata e con eventi incomprensibili. La continuità delle scene è rocambolesca, la recitazione degli attori pressochè scolastica. La fotografia, al di là della classica color correction desaturata (molti neri e molti bianchi) non c'è. Il montaggio, non avendo materiale di supporto, soffre di conseguenza. Ma non voglio infierire sul regista, questo post non è sul suo corto. E' sul RIFF. In Italia c'è bisogno di festival che rivalutino veramente "l'arte cinematografica" a partire dal suo linguaggio. Un buon film contiene più livelli narrativi, ne ha uno legato alla storia, uno legato alla, sceneggiatura, uno per gli attori, uno per le musiche e uno per le inquadrature. Nessuno di questi livelli può essere più importante di altri, sono tutti ugualmente importanti e imprescindibili. Dovrebbero essere premiati i filmmaker che veramente si cimentano col linguaggio, anche in forma classica. Non basta una camera digitale che traballa per dire di aver fatto un film... Non basta raccontare una storia, seppur importante, per dire di aver fatto un film... Caro RIFF, è ora che ricominci dai fondamentali, dalle basi della cinematografia. Ci sono tanti manuali in libreria sul cinema... forse è il caso che chi si occupa della selezione esca a comprarsene qualcuno, magari per la prossima edizione è riuscito pure a leggerlo.

venerdì 6 marzo 2009

OFFCINEMA - ESCO DA FACEBOOK (non io)


Un mio amico ha deciso di togliersi da Facebook. Ormai va di moda. Nessuno ammette di esserci ma tutti ci sono. E' come chiedere in giro chi ha votato Berlusconi... tutti rispondo "Io? Ma scherzi?"...

Posto il suo messaggio di uscita e il mio commento.

Ho sempre attraversato tutti gli strumenti del web con anticipo e ludicità. Laura me ne darà atto. Non sono, almeno in questo senso, uno snob come ha scritto Cafeo (che abbraccio): tutto il contrario. 
Questo immenso reality immondo che è facebook però non solo non lo capisco - o forse lo capisco troppo - ma, soprattutto, non lo condivido.
E' uno strumento di una potenza immensa. 
Ci sono stati due fatti che mi hanno convinto a prenderne le distanze.

1) Dopo 20 anni, fb mi ha fatto reincontrare i miei compagni di classe;
2) mio padre mi ha chiesto l'amicizia su fb.

Di per se stessi, questi due eventi non significano nulla. Ma ciò che indicano, dicono per me, è una cosa che non potrò mai e poi mai condividere: l'incrocio dell'esistenza con la rete. Anzi, e detto meglio: la produzione d'esistenza da parte della rete.

La faccio breve.
Il mio nick rimane su fb.
Periodicamente lo controllerò.
Non scriverò più nessun intervento.
Allargo al massimo le mie regole di policy su fb.
Tutti i contatti con "XXXX reale" dovranno passare per mail (XXXX@gmail.com).
Come sanno i miei amici più cari, sono immediatamente raggiungibile su altre chat.

un abbraccioXXXX


caro XXXX,

  

  comprendo ma non capisco. vorrei riflettere su alcune cose. punto 1. dici che non potrai mai condividere l'incrocio dell'esistenza con la rete. questa cosa, nel 2009, sarebbe come dire non condivido la corrente elettrica, o le automobili. mi sembra una posizione estrema forse dettata da qualcos'altro. oramai, almeno le persone delle nostre generazioni sono 'fatte' di rete. la rete è il veicolo tramite il quale le persone attingono alla conoscenza. la conoscenza è fatta di pensieri, i pensieri sono prodotti dalle persone che vivono la rete. come puoi pensare che l'esistenza non possa incrociare la rete? punto 2. ti togli ma rimani. mmm... mi sarei aspettato qualcosa di più estremo, di più simbolico. così facendo rimani parte del meccanismo solo e soltanto per la morbosa curiosità di fare capolino ogni tanto e sbirciare nelle vite dei tuoi amici. oppure sapere chi ha pensato a te ultimamente.

arrivo al punto.

secondo me, esserci o non esserci su facebook cambia veramente poco. l'utilizzo della rete deve essere sempre filtrato dal cervello, nessuno ci impone niente in questo senso e facebook, come tutti i social network, come tutta la rete, è una nostra scelta. la differenza la fa una cosa sola: il tempo. intendo dire tutto il tempo che, tu o noi, per stare su facebook, togliamo a quella che tu chiami vita reale. il tempo (perso?) trovo che sia l'elemento fondamentale di critica nei confronti della rete. sono sicuro che tu, in questi giorni, controllerai la posta ogni 10 minuti per vedere come la gente del tuo network ha commentato la tua 'scomparsa'. questo genera una sorta di 'butterfly effect' che non migliorerà certo la tua vita stando lontano da facebook. anzi. per un periodo nel parlerai spessissimo e andrai sulla tua pagina ancora più spesso e questo, secondo me, è tempo perso. perchè passivo rispetto alla rete vetrina e non attivo. 

la rete è uno strumento meraviglioso, gente come obama, beppe grillo (voglia o no), ma anche altri più fini intellettuali, scienziati, l'hanno cavalcata creando consenso senza imporre niente. facendosi seguire. io trovo questo meraviglioso ed estremamente democratico.

martedì 3 marzo 2009

LA FICTION ITALIANA (il giorno dopo)

Il Corriere della Sera Online ha pubblicato il seguente articolo.

Episodio di veggenza?

lunedì 2 marzo 2009

LA FICTION ITALIANA


L'altro giorno il mio amico Alberto Angrisano mi ha rivelato che sarebbe comparso all'interno della fiction dedicata a Giacomo Puccini. Non amo le fiction italiane, ma per amor suo ho deciso di vederne una puntata aspettando il suo personaggio. Quello a cui sono andato incontro è stato a dir poco disarmante. Giorgio Capitani, regista con non poca esperienza, mi ha fatto rimpiangere gli odiatissimi trash anni '70. Il look della fiction è a dir poco 'vecchio'. Ma attenzione, non 'saggio'... o 'maturo'... proprio vecchio. La regia è scandalosa. E vorrei capire perchè. Possibile che un uomo con così tanti anni di cinema sulle spalle abbia potuto girare in quella maniera orripilante una fiction che, per i temi trattati, doveva essere sinonimo di eleganza? Caro Giorgio Capitani, mi spieghi perchè hai usato lo zoom? Perchè, per quale motivo? Per quale necessità estetico narrativa? E' così brutto che diventa ridicolo. L'uso smodato delle zoomate mi ha veramente innervosito ma non basta. La regia si limita a campo e controcampo, mezzi busti, e qualche totale ogni 20 minuti circa di film. Ignobile. La direzione degli attori è altrettanto ridicola, il doppiaggio (asincrono come se fosse un film neorealista) e le ambientazioni tutte illuminate e prive di chiaroscuri rendono questa fiction fra le più  brutte della storia della tv italiana. 
Ma forse la cosa più grave, che ritengo artisticamente annichilente, è che questa fiction dovrebbe parlare di musica. Avrebbe dovuto seguirne i movimenti, avrebbe dovuto cullare il protagonista ed invece, è relegata a delle scene miserrime prive di qualunque amore. Non c'è mai un momento in cui si vede il rapporto che l'autore ha con le sue note, in cui il protagonista sia nudo con la sua arte, mai.
Ritengo questa fiction un insulto all'intelligenza umana, un crimine contro l'arte (cinematografica e musicale) e mi chiedo come si possa continuare a produrre spazzatura del genere. Non capisco come le fiction italiane debbano essere brutte per forza, visivamente ridicole e prive di qualunque estro. E non è una questione di soldi. Conosco bene i budget di queste produzioni e sono certo che con quelle cifre ci sarebbero giovani in grado di fare dei prodotti veramente di alto livello. Il fatto è che in Italia le fiction non nascono da esigenze artistiche ma politiche. Chi fa le fiction è amico di qualche politico che in cambio vuole inserire i suoi amici nel cast artistico e tecnico. Qualcuno provi a smentirmi.

giovedì 5 febbraio 2009

Camille


Camillle è un gatto. Un gatto speciale. Io amo i gatti, come gli egiziani li adoro e, quando mia moglie mi ha proposto il soggetto di questo corto, mi sono subito innamorato dell'idea. E così l'abbiamo messo in pista. L'idea di base, quella dell'utilizzo di una villa al mare in autunno, è nata ad agosto 2008 grazie anche agli spunti di Filippo Conz mio caro amico, nonchè testimone di nozze, nonchè filmmaker, nonchè centrocampista rifinitore. Poi Eleonora l'ha elaborata e dopo qualche revisione siamo arrivati alla metà di settembre con il soggetto pronto. In un paio di sere ho scritto la prima stesura della sceneggiatura sulla quale abbiamo cominciato a ragionare sia con Eleonora che con Pacio, il produttore esecutivo. Subito ci siamo resi conto che 22 pagine di sceneggiatura non erano uno scherzo. Dopo un primo, sommario, spoglio abbiamo realizzato che i giorni di shooting non sarebbero mai stati meno di quattro e che tutto questo avrebbe avuto un costo non irrisorio. Siamo partiti con l'idea di investire 15k euro. Siamo partiti con l'idea di girarlo bene, al massimo delle potenzialità. Abbiamo contattato il direttore della fotografia, padre di un amico di un nostro amico, il quale ci ha detto: 'Si può fare'.
Alè!
E siamo partiti. In 45 giorni abbiamo fatto tutto. Preproduzione, casting, sopralluoghi, logistica, revisioni della sceneggiatura e del piano di produzione e tutto ciò che serve. Finchè il 29 ottobre siamo partiti per l'Argentario dove, nei quattro giorni successivi abbiamo girato.
Il tempo che doveva essere disastroso ci ha regalato delle giornate splendide, con tramonti impagabili e un mare con un 'gran carattere'. Eravamo in 17 (attori compresi) ed è stato estenuante ma bellissimo. Praticamente tutti sono tornati a casa con l'influenza (me compreso), distrutti dalla fatica ma credo, se posso parlare per tutti, con un'emozione da ricordare.
La postproduzione è stata mooolto più semplice. In casa ho tutto quello che serve per montare in full hd non compresso e nel giro di una settimana avevo la prima stesura del corto. Ventiquattro minuti! Mannaggia tantissimo! Imperativo: tagliare. E così passano le settimane: curando dettagli, sistemando la recitazione degli attori, scovando cose dimenticate nel girato, ecc... Il 13 dicembre il rough cut era pronto (con tanto di doppiaggi fatti) per essere spedito ai festival. Il 15 c'erano un sacco di scadenze in giro per il mondo. Così ho spedito. E, nel giro di qualche giorno, sono arrivato a 25 spedizioni. 4 continenti. Eleonora aveva preparato delle musiche provvisorie che sono state mixate stereo dal Gaber. Ma c'era ancora molto da fare e il Natale, con tutte le sue feste e trasferte, ci ha bloccato. Ci siamo rimessi in pista a metà gennaio cercando di dare corpo alle musiche, di renderle al meglio possibile. Eleonora ci ha dato dentro di brutto e quello che ne è venuto fuori è un mondo fatto di carillon e atmosfere nere, ma anche di speranza e azione.
Così, il 29 gennaio sono partito per Milano con un orrido volo Ryanair (mai più) dall'orrido aeroporto di Ciampino alla volta del mix. E che mix! Cinquepuntouno! Siamo stati quattro giorni chiusi nella regia dello studio su una session di Pro Tools che aveva dell'incredibile, il Gaber è proprio un mago! Il 2 febbraio sono tornato a roma con il mix fatto. Ovviamente, testandolo su altri impianti abbiamo scovato qualche noia ma nulla che, con qualche ora di lavoro, non si possa sistemare.
Oggi è un grande giorno, quello che aspettavo da agosto. E' il giorno della color correction. Per quanto mi riguarda è la lavorazione più bella. Adoro stare sul DaVinci (2k) e vedere come quella macchina meravigliosa sia in grado di trasformare le tue immagini... è una magia!
Vado. E' ora.

lunedì 12 gennaio 2009

INIZIO



Finalmente ho deciso. Lo faccio. Questo è il momento. Ci ho pensato tanto e tante volte ci sono arrivato vicino ma spesse volte sono stato preso dagli eventi. O dalla pigrizia. Perchè no? Anche dall'imbarazzo... Che cosa posso scrivere di così interessante all'interno di un blog? Che cosa spingerebbe qualcuno a leggere le mie cartoline cinematografiche? Ma soprattutto, con tutta franchezza: voglio veramente che qualcuno legga ciò che mi passa per la testa? Sono domande a cui risponderò strada facendo. Per ora ho deciso di tirare su la serranda e aprire la mia macelleria con specialità cinefile.